“Kallocaina” di Karin Boye (1940)

Se cercate un romanzo di fantascienza distopica, che però non si allontani troppo da temi realmente accaduti o che persistono nella società odierna, non potete non leggere “Kallocaina”.

“Certo, sapevo che ufficialmente ci veniva attribuito uguale valore che agli uomini, o quasi, ma un valore accessorio, in realtà, semplicemente perché potevamo mettere al mondo nuovi uomini, o nuove donne che avrebbero a loro volta messo al mondo altri uomini”.

Punti forti

  • Repressione della libertà
  • Inferiorità della donna
  • Amore infelice, ‘violenza sessuale’
  • Ricerca del senso

Punti deboli

  • In alcuni punti, molto introspettivo

Voto


Valutazione

Repressione della libertà e inferiorità della donna

Stesso cibo. Stesse case. Stesse divise. Ma anche, nessun diritto ad avere la propria privacy, i propri pensieri, i propri desideri o sogni. Il singolo individuo non deve esistere: è di proprietà dello Stato Mondiale, che lo controlla nella sfera pubblica e privata. Chi si differenzia o chi tiene per sé dei segreti, è considerato pericoloso e quindi da eliminare.

Ma nonostante l’ambientazione distopica, la svedese Karin Boye non è andata molto lontano da concetti del passato e del nostro presente.

Tra i vari temi toccati, si parla infatti di tutto ciò che concerne il divieto e la soppressione della libertà, tramite uno Stato poliziesco, come accadde durante i totalitarismi, ma anche dell’inferiorità della donna, concetto ancora ben radicato nella società odierna.

Il romanzo è scritto come un racconto autobiografico di Leo Kall, di giorno chimico della Kemistaden (Città Chimica) nr. 4, di notte soldato al servizio dello Stato. È descritto come un cittadino che vive senza fare polemica, senza farsi troppe domande sulla vita, ma soprattutto ciecamente devoto allo Stato. Quest’ultimo, è incentrato sui criteri che hanno caratterizzato i totalitarismi che vigevano al tempo della stesura del romanzo, ovvero propaganda, angoscia, razzismo, controllo totale, annullamento della personalità e dell’individualità di ognuno a favore del gruppo e di una società ‘perfetta’, eliminazione di qualsiasi voce dissonante.

Leo è l’inventore della Kallocaina, un siero della verità che verrà utilizzato come arma per smascherare i traditori del regime: chiunque abbia desideri inconsci di libertà. Questo siero assicura allo Stato controllo assoluto sui cittadini, agendo più in profondità di qualsiasi tortura e propaganda forzata. Come avvenne nell’epoca dei totalitarismi, tutti devono fingersi d’accordo con il regime, vivendo in un mondo dove manca la fiducia reciproca, il dialogo. Tra le parole del protagonista, spesso non si ha l’idea che sia un uomo a parlare, quanto una macchina svuotata dei suoi sentimenti e programmata per recitare la parte che lo Stato le ha da sempre cucito addosso. Siamo davanti ad una disumanizzazione portata all’estremo, in quanto l’individuo non ha nemmeno il diritto di pensare con la propria testa e provare sentimenti. Non è un caso che la Boye decise di attribuirgli il cognome Kall, che in svedese significa freddo.

Risulta da subito lampante la connessione tra questo libro e un altro grande classico, “1984” di George Orwell, scrittore, giornalista, attivista e critico britannico. Scritto nel 1948, ben otto anni dopo l’opera svedese, anche questo romanzo tratta dei pericoli del totalitarismo e di un mondo governato da propaganda, sorveglianza estrema e costante, e censura. Ci troviamo in un universo dominato da tre grandi potenze totalitarie, impegnate in una perenne guerra tra loro per mantenere il controllo totale sulla società, amministrata secondo i principi del Socing, il Partito Socialista Inglese: questo è guidato dal Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto, ma che appare in manifesti affissi dappertutto e tiene costantemente sotto controllo la vita dei cittadini. Il totalitarismo del Grande Fratello, così come quello dello Stato Mondiale della Boye, si avvicinano a quelli dell’Unione Sovietica e della Germania.

In “1984”, gli uomini sono controllati non da un siero, ma dai teleschermi, installati in ogni abitazione e che non possono essere spenti: il loro compito è diffondere propaganda a tutte le ore e spiare nella vita delle persone, annullando ogni possibile forma di privacy e osservando qualsiasi forma di comportamento, anche inconsapevole, che riveli un’opposizione al Partito. Un’altra forma di controllo è, poi, la neolingua, dove sono ammessi solo termini con un significato preciso, privo di possibili sfumature che rendano possibile concepire un pensiero critico individuale. I contenuti di libri, giornali e documenti vengono riscritti continuamente, eliminando tutto quello che non è in linea con le idee del momento e distruggendo tutto ciò che va contro al Partito.

Sono due metodi diversi quelli scelti da Orwell e da Karin Boye, ma il risultato è identico: il libero arbitrio delle persone è costantemente represso, privandole dell’individualità e gettandole nel conformismo. Chi abita il mondo orwelliano diventa schiavo della menzogna, anche se fatta passare come l’unica opzione possibile, mentre i personaggi dipinti dall’autrice, sono schiavi della verità, che viene usata contro di loro in ogni occasione e modo possibile.

Entrambi, descrivono situazioni in cui i cittadini, che siano nati o meno sotto quel regime, smettono di interrogarsi su come la società si sia costituita e su ciò che sta facendo, tanto potente e consolidata da diventare l’unica realtà possibile. Diventano così ingranaggi della macchina del potere e del controllo. Si tratta di persone che seguono la legge e adempiono al loro compito, sia per una volontà esplicita, sia per timore di scontrarsi contro qualcosa di molto più grande di loro.

Foto libro “Kallocaina” di Karin Boye, Lucia Schifano

Karin Boye, però, non si ferma qui: se gli uomini sono considerati forti e utili allo Stato, così non accade per le donne. Quest’ultime devono compensare la propria debolezza e inferiorità mettendo al mondo figli maschi, nonché futuri soldati. Figli che vengono strappati dalle famiglie, perché anch’essi di proprietà dello Stato.

La donna non appare nemmeno degna di sapere a cosa deve andare incontro, non viene educata alla maternità, nonostante questa sia la sua unica missione. Tra le parole di Linda, moglie di Leo, si legge infatti come lei abbia imparato a conoscere il suo corpo e il suo potere di dare la vita, attraverso un percorso di dolore e sofferenza.

Nonostante l’evidente disparità di genere, tutto questo viene normalizzato dalla continua propaganda, che falsamente decanta quest’unica missione della donna, nel nome del bene della comunità. Come se davvero le donne non avessero altre capacità.

E questo non può far altro che ricordarci la situazione odierna, perché nonostante sia evidente la differenza tra i generi, c’è chi è convinto che uomo e donna ricevano gli stessi trattamenti. Invece, ancora oggi la donna è considerata solo per il suo ruolo di moglie e madre, ed è circondata da stereotipi di tutti i tipi e difficoltà ad inserirsi nella ‘società degli uomini’.

Così come le donne, in Kallocaina non hanno un lavoro pari a quello degli uomini, anche oggi ci sono cariche a cui solo un maschio può ambire, e quote di stipendi a cui solo un uomo può arrivare, nonostante le capacità le abbiano, pari, entrambi i sessi.

Perfino quando si parla di sessualità, la donna abita ancora nell’ignoranza di scoprire sé stessa, come comunica Linda Kall all’interno del romanzo. L’uomo la vive più liberamente, il tutto è considerato normale, per la donna è un tabù, un qualcosa di cui non si deve parlare. Al primo, alimenta l’ego, ma se è la seconda ad abbandonarsi al piacere, è considerata da tutti una poco di buono.

E purtroppo, sono sempre le bambine, le ragazze e le donne ad essere maggiormente colpite da violenza sessuale da parte degli uomini. Il pensiero, ancora troppo radicato nel mondo, è la convinzione che l’uomo debba possedere la donna, in tutti i sensi possibili. Mentalità che spesso sfocia in femminicidio. Anche la tematica della violenza sessuale è affrontata dalla Boye all’interno del romanzo, attraverso un’allegoria.


Scheda tecnica

Titolo italianoKallocaina. Il siero della verità
Titolo originaleKallocain
AutriceKarin Boye
Data di pubblicazione1940
EditoreIperborea
GenereDistopico, fantascienza
Pagine193
Lingua originaleSvedese
Prezzo17,50 €

Trama

Ci troviamo in un futuro distopico, dove i cittadini vivono sotto lo stretto controllo dello Stato Mondiale. Il compito degli uomini è di essere utili allo Stato tramite il lavoro e la forza militare, quello delle donne invece, è mettere al mondo figli che saranno di proprietà dello Stato. Perché in questo mondo, l’individuo non è niente e non possiede nessuno. Leo Kall, che di giorno è un chimico, crea la kallocaina, un siero della verità che diventerà l’arma dello Stato per individuare i traditori della società.

Il protagonista, attraverso un lento processo di liberazione dal proprio super-io, arriverà all’accettazione dei sentimenti e necessità che aveva da sempre negato a sè stesso: libertà, fiducia, dialogo, amore, tutto ciò senza cui l’uomo perderebbe il proprio valore e significato.


L’autrice

Karin Maria Boye (Göteborg, 26 ottobre 1900 – Alingsås, 24 aprile 1941) è stata una scrittrice, poetessa, giornalista e critica letteraria svedese. Inizia a scrivere giovanissima, e pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Moln” (“Nuvole”) nel 1922. Studia greco antico e letterature nordiche all’università di Uppsala, e entra a far parte della redazione del celebre quotidiano modernista svedese Spektrum.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, la scrittrice aderisce al movimento pacifista Clarté (di cui faceva parte anche la futura vincitrice del premio Nobel, Selma Lagerlöf) e viaggia in Europa vivendo le inquietudini del suo tempo: visita l’URSS di Stalin (1928) e la Germania che si prepara a Hitler (1932). Da tutto ciò che osserva in questi suoi spostamenti, verrà alla luce, nel 1940, il pioneristico romanzo “Kallocaina”, uno dei tanti strumenti con cui tenta di lottare per difendere la democrazia e l’autodeterminazione.

Dopo un matrimonio fallito durato due anni con un uomo, scopre la sua bisessualità, e si innamora di una ragazza ebrea, Margot Hanel. A lei è dedicata una sua celebre lirica “Till dig” (“A te”).

Tra i suoi versi ricorrono spesso temi cupi quali il dolore, la morte e la malinconia, come ad esempio nella sua poesia più famosa “Ja visst gör det ont” (“Certo che fa male”). In questa poesia, contenuta nella raccolta “För trädets skull” (“Per il bene dell’albero”), la scrittrice parla del dolore che prova la primavera, riferendosi in realtà al suo stesso animo.

Nel 1941, un anno dopo aver pubblicato “Kallocaina”, si tolse la vita con dei sonniferi, tra le colline di Alingsås.

Dalla stessa autrice: raccolta di poesie “För trädets skull” (1935)

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