Secondo giorno della tradizionale Fiera Nazionale dell’Editoria Indipendente a Genova (Book Pride 2024 presso Palazzo Ducale).
Come ogni anno, sono tantissimi gli eventi e gli editori presenti a Genova per il Book Pride.
Ce n’è per tutti i gusti: laboratori per i più piccoli e per le scuole, autori che raccontano Genova tramite i loro versi e le loro parole, eventi che trattano le prossime sfide dell’editoria e del giornalismo in epoca digitale e molto altro. Noi ve ne raccontiamo alcuni che ci hanno colpite di più.

Violenza Virtuale
A cura del Saggiatore; Relatore: Francesco Striano.
Sala Liguria, ore 11.30
2017, un giorno qualsiasi. Un uomo riceve su un gruppo Whatsapp di amici del materiale intimo non consensuale. Non dice nulla, non sembra così grave, è una cosa in cui ormai è facile rendersi complici. Solo dopo, quando ha ricevuto materiale di una persona che conosceva, si è reso conto di essere penetrato con forza nella sua intimità e che dire “Beh, si fanno filmini, dovrebbero pensarci prima” equivale a dire “Avevi la minigonna, te la sei cercata”.
Quest’uomo – solo uno dei tantissimi – è Francesco Striano, che qualche anno dopo gli eventi è uscito in libreria con “Violenza virtuale. Vita digitale e dolore reale”. Un libro su cui lavora da due anni come ricercatore in filosofia morale e della tecnologia – concentrandosi su categorie psicologiche, legali, sociologiche, criminologiche – mettendo insieme le sue ricerche in forma saggistica, ma in maniera accessibile perché è un tema attuale di cui bisogna parlare, anche attraverso la filosofia. Günther Anders affermava, infatti, che è necessario “filosofare con la porta aperta”, farsi colpire e riflettere a partire dal mondo che ci circonda.
Spesso, erroneamente, si parla di violenza digitale e sessuale digitale in riferimento al revenge porn – termine per altro sbagliato perché indicherebbe una vendetta rispetto a qualcosa –, ma in realtà è solo la punta dell’iceberg.
L’autore torna al 1993, a un caso di violenza a sfondo sessuale in un videogioco con interfaccia solo testuale. Eppure, le vittime di questa violenza hanno parlato di pianti post-traumatici e altre conseguenze psicologiche paragonabili a molestie e violenze sessuali: ecco la dimostrazione che il dolore è reale anche se accade nel monitor.
Cosa definisce, allora, la violenza reale rispetto a quella virtuale? Non è il sesso insieme alla violenza (esistono, ad esempio, le pratiche dsm), non è la dignità umana (ci sono casi di umiliazione volontaria). Nel femminismo del Common Law, si è portato nella definizione di violenza sessuale una categoria che viene dal contratto, il consenso: se manca il consenso, quel rapporto è violento. Si tratta di una nozione molto comoda, ma i problemi emergono presto perché è difficile stabilire fino a che punto c’è il consenso e non può essere preso in considerazione da solo, senza il suo relativo contesto: un consenso vero è convinto e reiterato, ma è difficile capire la società e la cultura che possono influenzarlo. Pensare di valutare il consenso senza il suo contesto e le sue diverse sfumature significa pensare il sesso in modo neutrale.

Un altro concetto fondamentale è quello di potere: la violenza, infatti, non è tanto oggettificazione senza consenso della vittima, ma una sua riduzione a sub-umano, possibile per la rilevanza di cui la società carica il sesso, e la cultura dello stupro è vera e propria violenza politica.
Da sempre, a tal proposito, è diffusa una posizione binaria che contrappone sesso e stupro. Le femministe antisesso hanno, invece, parlato di un continuum tra sesso e stupro, secondo cui non ci sarebbe mai sesso buono. Qui, la questione è ulteriormente ribaltata: quando si parla di stupro, si tratta di un continuum della violenza. Non è sesso, ma violenza che usa il sesso.
Questo crea due soggettività: quella carnefice e quella vittima, che si vuole sottomessa e che spesso si colpevolizza. Al contrario, la società tende a giustificare e incoraggiare comportamenti di dominio maschile, tra cui lo stupro, tramite una riduzione a mostro del violatore, che non avrebbe colpa, sarebbe semplicemente fatto così.
Ed ecco che si diffonde sempre di più il cosiddetto victim blaming, la colpevolizzazione delle vittime, e il ruolo politico del trauma: esiste una sorta di prassi di comportamenti che la vittima dovrebbe tenere e, se la vittima non si comporta come la società vuole, non viene creduta come vittima. In passato, molte donne non venivano credute perché non c’erano segni fisici. Si inizia, poi, a parlare di sindrome post-traumatica e sindrome da stupro. Tuttavia, la definizione rischia di andare contro alla vittima stessa perché si basa su parametri occidentali di reazione allo stress, senza contare che non tutte le persone reagiscono allo stesso modo, sia in culture diverse, sia nella stessa.
Due casi emblematici lo dimostrano: il primo è quello relativo alla violenza all’interno del videogioco testuale, che aveva provocato alle vittime pianti e sindromi post-traumatiche; il secondo è il caso di una streamer italiana, che ha subito violenza sottoforma di fotomontaggi e commenti, e reagisce in modo apparentemente opposto, insultando i colpevoli su Twitch. Solo all’apparenza diversi, questi due episodi celano forme di violenza digitale, che hanno provocato nelle vittime reazioni profonde, seppur diverse.
Per questo, il trauma andrebbe ridefinito in modo più plastico, tenendo conto che non esistono azioni virtuali: la violenza che avviene nel digitale non è separata dal mondo reale ed è equiparabile a quella fisica, soprattutto perché gli utenti non sono avatar, ma persone mosse da motivazioni personali, collettive e sociali.
In questo senso, fondamentale sarà il tema della responsabilità, distribuito su tre livelli, che non si escludono a vicenda: individuale, dell’utente che commette violenza; sociale, in quanto gli individui non nascono violenti, ma sono figli sani del patriarcato e della cultura dello stupro; tecnologica, perché nel digitale le persone sentono di non aver fatto nulla di male, si sentono deresponsabilizzate.
Ecco che, allora, per affrontare una questione tanto spinosa come quella della violenza virtuale, sarà necessario l’impegno costante di tutti. In una società in cui la violenza si è spostata anche nel digitale, il primo passo per combatterla sarà rendersi conto della sua esistenza in un mondo considerato non reale.
Trama del libro
Violenza virtuale racconta un reame oscuro, apparentemente senza regole, nel quale anche l’uomo più docile può trasformarsi in un violentatore seriale. Un universo di schermi costituisce la realtà a cui siamo approdati, nella quale sembra ci venga offerta una libertà di espressione e di movimento sterminata e senza precedenti. Nella vita digitale, il nostro passato di carne e ossa sembra essere solo un ricordo: possiamo diventare chi vogliamo, cambiare identità e indole quando lo desideriamo. Possiamo fare quello che nella quotidianità ci sarebbe precluso e persino proibito.
È in questa condizione di assoluta libertà che sgorga dall’umano un’inaudita violenza: gruppi di uomini che selvaggiamente si scambiano materiale intimo di ragazze inconsapevoli; gamers che durante le sessioni di gioco stuprano le loro compagne di partita. Molte domande affollano le nostre coscienze: le loro azioni sono reali o virtuali? La violenza che perpetrano si chiude nello spazio digitale o ha ripercussioni al di là dello schermo? Quello che nasce su Internet resta solo su Internet?
Biblioteche incredibili e dove trovarle.
A cura di Andersen e Cepell; Relatori: Gianluca Parisi, Barbara Schiaffino, Davide Mazzanti.
Sala Luzzati, ore 16.30
Incontro 2
“Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”, scriveva Marguerite Yourcenar in “Memorie di Adriano”.
Ed è proprio questo uno dei ruoli del Centro per il libro e la lettura, rappresentato da Gianluca Parisi, che da anni mette a disposizione fondi e bandi per diffondere la cultura italiana anche all’estero e finanziare il basilare diritto alla lettura anche nei luoghi più svantaggiati e tra le giovani generazioni. A questo proposito, le biblioteche per bambini e ragazzi diventano un’occasione per vivere e scoprire tramite l’immaginazione e con sguardo diverso alcuni territori particolari.
In 3 anni, il Centro per il libro e la lettura ha attivato più di 30 iniziative per un totale di 3 milioni di euro. Nel 2002, in particolare, ha promosso il progetto social “Biblioteche incredibili” per raccontare la bibliodiversità, varietà e utilità delle biblioteche, soprattutto in zone e contesti difficili: si sono recati in biblioteche situate su isole, in un rifugio sul Monte Rosa, su resti di monasteri, ma anche in biblioteche sociali, confiscate alle mafie e legate alle carceri minorili. Per essere incredibili, infatti, non devono trovarsi in luoghi magici o sperduti, basta che facciano un lavoro incredibile di crescita civile e sociale.
Genova è da sempre città di illustrazioni, fumetti, letteratura per l’infanzia: qui, è situata la biblioteca per l’infanzia più antica d’Italia, la biblioteca Edmondo De Amicis, e nasce anche la rivista Andersen (rappresentata dalla direttrice Barbara Schiaffino)
Ecco perché la biblioteca Kora non poteva che sorgere nel capoluogo ligure: nata nel 2023 nell’ambito del progetto “Io vivo qui” e situata in un territorio complesso con frequenti episodi di microcriminalità e insicurezza, il Sestriere della Maddalena, ha rappresentato una grande sfida dal punto di vista sociale e culturale. Giulia Pastorino, illustratrice italiana, ha progettato la scenografia di Kora come una luce che, nei vicoli stretti, conduce alla biblioteca.
L’obiettivo era anche quello di avvicinare la cittadinanza alle meraviglie e ricchezze di un quartiere spesso considerato grigio, buio, pericoloso e far vivere il centro storico in modo più sereno dalle famiglie. La biblioteca è nata da un processo di ricerca, che ha coinvolto moltissimi bambini e la loro idea di biblioteca, tradotta poi da Andersen, in un primo momento, in 15 titoli di libri, assortiti per tema e fasce d’età da 0 a 15 anni.
Ad oggi, si contano 5000 ingressi in biblioteca, più di 800 persone tesserate, più di 60 classi che vi si sono recate per svolgere diverse attività, circa 30 autori per presentare i loro libri.

Un altro esempio di “biblioteca incredibile” è una piccola casetta con giardino, che sembra non avere nulla di speciale all’apparenza. Se non fosse per il fatto che è situata nel padiglione 9 dell’ospedale Gaslini, gestita dall’associazione “Il sogno di Tommi” (rappresentata dalla pedagogista Serena Musso Capozzi). Non tutti i bambini, però, possono arrivarci a causa delle scale, così i libri vengono anche spostati in altri padiglioni, ospedali o case di accoglienza per lungodegenti.
Nella biblioteca, ci sono 1700 libri in consultazione e un altro migliaio di libri nuovi – non possono essere prestati usati per condizioni igienico sanitarie all’interno degli ospedali – viene donato ai piccoli nei vari reparti.
L’associazione ha attivato anche un altro progetto, “Ad alta voce: leggere per crescere”, in collaborazione con altre associazioni, educatori ed educattori – educatori che sono anche attori – per rendere più accattivante la lettura. Lo scopo è quello di promuovere la lettura in ospedale già dalla prima infanzia per renderla uno strumento di cura e di creare un format che possa funzionare in tutti gli ospedali psichiatrici d’Italia.
L’iniziativa viene realizzata in due padiglioni dell’ospedale: il padiglione 20, l’ospedale di giorno, dove i bambini stanno poco, e in cui la lettura diventa cura dell’attesa; e il reparto di riabilitazione, dove il libro aiuta a recuperare competenze psicomotorie e sensoriali (tramite libri tattili, sonori).
Le librerie sono un luogo importante, dove nascono sogni e ambizioni. È una fortezza dove ci si può rifugiare quando fuori le cose non vanno. È per questo che dovremmo finanziare la crescita di questi piccoli grandi mondi.
Costruire e decostruire immaginari
A cura di Genova University Press (GUP); Relatori: Luisa Stagi, Mariella Popolla, Laura Guidetti, Maria Mora Arrigoni, Bruno Rossi, Franca Murialdo.
Sala Minor Consiglio, ore 17.30
Sempre di più, nella nostra società, ci troviamo quotidianamente a che fare con la violenza di genere – in particolare, in questo caso, con la violenza maschile sulle donne. Ma difficilmente sappiamo davvero cosa questo significhi e cosa comporti, quali siano le normative o alcune possibili soluzioni. E soprattutto mancava completamente, all’interno del dibattito, il compito dei servizi sociali.
Proprio da questa esigenza – e dalla conoscenza della situazione all’interno dei centri antiviolenza – nasce il libro di Mariella Popolla e Daniela Bagattini, “Violenza maschile sulle donne. Il ruolo dell’assistente sociale tra sfide e opportunità” (scaricabile gratuitamente a questo link), pensato come strumento di lavoro e di studio anche nell’ambito degli insegnamenti sulla violenza di genere. Si tratta di un vero e proprio percorso, che comincia spiegando cos’è la violenza e come si può manifestare, qual è l’importanza dei servizi sociali e delle istituzioni sul territorio, in particolare i centri antiviolenza.
Viviamo in un contesto in cui dire violenza significa parlare di un processo sociale e culturale, in cui queste associazioni e movimenti potrebbero fare davvero la differenza. Tuttavia, si tratta di settori in sofferenza da anni, a cui vengono tagliati finanziamenti, impedendo la presa in carico delle donne che subiscono violenza, che richiede tempo, saperi e risorse.
La violenza maschile contro le donne non è un problema del singolo, della coppia o della famiglia, è un problema radicato nella società. Per questo, un aspetto centrale è fare rete: avere un obiettivo comune, riconoscendo le competenze specifiche di ogni nodo della rete e, allo stesso tempo, condividendo la stessa prospettiva.

“Non una di meno” (rappresentato da Laura Guidetti e Maria Mora Arrigoni) è un esempio emblematico di questa capacità di connettersi e fare rete. Una rete che va addirittura al di là dei confini nazionali: si tratta, infatti, di un movimento transfemminista e transnazionale nato nel 2016 in America Latina, a seguito di un crescendo di violenze e stupri. Una società intera guidata da ragazze e non è entrata nelle piazze e ha liberato l’energia che è arrivata fino a Genova, dove il movimento è nato l’11 novembre.
Purtroppo, però, il lavoro di questi movimenti non basta. In Italia, la vittima – per essere considerata tale – deve avere particolari “caratteristiche”, altrimenti diventa imputata e la sua vita viene scandagliata per scoprire con chi sia andata a letto, com’era vestita, i suoi contatti e relazioni. Inoltre, spesso, le leggi non percepiscono vari tipi di violenza (come la diffusione non consensuale di materiale pornografico), per cui non vengono applicate e il loro potenziale si perde nel concreto.
Ciò che si deve fare è finanziare i centri antiviolenza, che non fanno solo presa in carico, ma producono saperi e cultura con cui formare gli altri nodi della rete. Il cambiamento deve avvenire alla svelta e può avvenire solamente a partire dal basso. In una società dove prevenire questo tipo di violenza pare ancora lontano, non possiamo non prenderci la responsabilità di curare ferite e ricucire cicatrici.
Trama del libro
Il libro si propone di offrire alle/ai future/i assistenti sociali un utile strumento per comprendere e ideare strategie di intervento sulla violenza maschile sulle donne nell’ottica della propria professione. La letteratura esistente difficilmente inquadra in modo organico e coerente il fenomeno dal punto di vista dei servizi sociali, rimandando a tecniche e strumenti appartenenti ad altre discipline e scarsamente applicabili nel contesto specifico della professione. È al servizio sociale che, difatti, sempre più spesso spetta un ruolo di coordinamento dei percorsi di uscita, di raccordo tra le varie professionalità e di mobilitazione delle diverse risorse presenti nei territori. Lavorare con la violenza necessita di una formazione continua, da costruire attraverso la propria comunità di pratica, ma anche e, soprattutto, nel confronto con i differenti soggetti che nei territori si occupano di violenza di genere, in particolare i Centri antiviolenza.


