Se cercate un romanzo che racconti i tratti realistici e, quindi, anche negativi della migrazione – in particolare quella dei genovesi in Brasile nel 1888 -, non perdetevi “Il ballo delle acciughe”.
“Ormai, ogni mattina all’appello in fabbrica un nome veniva chiamato e una voce diversa rispondeva: è migrato.”
Punti forti
- Attuale
- Fa riflettere
- Veritiero e crudo
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La migrazione ai giorni nostri
Collaborazione – Grazie a @elena_garbarino per averci inviato la copia cartacea.
Questo è un libro che parla di migrazione, in particolare quella dei genovesi in Brasile. È stata la prima ondata migratoria italiana di massa (1888) verso un continente nuovo e pieno di speranze. Le storie che si intrecciano sono molteplici e le radici all’origine della decisione di partire, le più diverse: la Ginna non si immaginava la vita che le era stata cucita addosso ed è partita; Lorenzo è stato trasportato in giro per il mondo dalla sua voglia di cambiare la società; il battibirba – parola genovese per definire chi si fingeva prete – fugge da sé stesso; Carlo, invece, migra non per necessità, ma per il bisogno di vedere qualcosa di diverso e fuggire dalla monotonia. È la mappa che disegnano nella loro mente a condurli al di là dei confini geografici. Il fattore che accomuna tutte queste storie e il motore che li ha spinti ad affrontare il viaggio è l’immaginazione, l’idea che, una volta allontanatisi dall’Italia – da Genova –, avrebbero potuto trovare qualcosa di diverso e migliore ad attenderli. Il libro, quindi, mostra le conseguenze del vivere in un luogo lontano da quello in cui si è nati. Proseguendo nella lettura, si capisce che, però, non è facile come si potrebbe erroneamente pensare: la vita che trovavano non era poi così diversa da quella che avevano lasciato. Dal punto di vista morale, forse era anche peggiore: venivano visti come scarti del continente d’origine e, di riflesso, anche da quello d’arrivo, uomini senza volto e identità, solo in cerca di fortuna.
Forse è anche per questo motivo che i personaggi rimangono ancorati a Genova anche se, paradossalmente, hanno cercato una vita altrove. Si legge che, se in patria alcuni genovesi evitavano i festeggiamenti di San Giovanni – patrono di Genova –, all’estero diventavano i “festaioli più accaniti“. Quando si è fuori dal proprio contesto, oggi come allora, è naturale cercare una grammatica che si conosce, riadattarla, magari storpiarla, per trovare degli agganci che vanno in qualche modo a dare sicurezza.
A proposito di grammatica, nel libro viene data enfasi anche all’aspetto linguistico. Infatti, è un romanzo che parte dalle parole e tramite queste si crea una stratificazione psicologica dei personaggi: mescolano parole provenienti dal dialetto genovese e, in generale, i dialoghi presentano una varietà di italiano abbastanza bassa, come riscontro del loro basso ceto sociale. L’autrice, inoltre, è stata in grado di spiegare anche l’etimologia di alcune parole: molte espressioni utilizzate dai genovesi, in particolare da chi lavora in porto, sono di origine araba, ad esempio. Tra queste gabibbo, che deriva da habibi – amore – termine usato per riferirsi agli stranieri. Si nota proprio questo miscuglio di lingue che si ricollega al miscuglio di etnie.
Nonostante la centralità delle parole, molto altro non viene esplicitato. Il romanzo, infatti si basa molto sul non detto dei personaggi: li vediamo agire, ma a volte anche quasi di nascosto, come se al lettore non dovesse arrivare dritta e diretta la loro storia, il loro pensiero. C’è una volontà di farlo immergere completamente nella storia in modo attivo: deve ragionare, farsi una propria idea sull’agire dei personaggi, che non viene servita a parole nel racconto.
Centrale, è il ruolo dell’osteria, luogo in cui si svolge la storia. Di fatto, però, è un luogo marginale, in quanto accoglie chi non trova il proprio posto nella società. E questo già di per sé un paradosso: è chiaro il concetto che si salva solo chi riesce ad adattarsi al nuovo mondo. Ma questo, riescono a farlo solamente due personaggi, che finiscono per giostrare il destino degli altri. È per questo che l’osteria si può forse considerare il quinto protagonista della storia: nonostante i genovesi entrino ed escano, con le loro vite e i loro “movimenti”, tutta la storia passa da lì.
Alla fine del libro, non sembra esistere una morale. È un romanzo di deformazione che, sostanzialmente, non insegna nulla: l’unica motivazione che guida i personaggi è la sopravvivenza, senza rimorsi se si peggiora lo stato altrui cercando di preservare la propria vita. Secondo la logica della sopravvivenza, infatti, non c’è nulla che distingua il bene dal male.
Scheda tecnica
| Titolo (originale) | Il ballo delle acciughe |
| Autrice | Elena Garbarino |
| Data di pubblicazione | 2025 |
| Editore | Bottega Errante Edizioni |
| Genere | Storico, Formazione |
| Pagine | 173 |
| Lingua originale | Italiano |
| Prezzo | 16,00 € |
Trama
Un’osteria a Rio de Janeiro a fine Ottocento e il piroscafo Genova che solca i mari con tantissimi giovani uomini nella pancia. Un’ostessa e un finto prete, un giovane di provincia e un anarchico esule. Questi sono i luoghi e i personaggi che incrociano i loro destini in un romanzo che racconta i retroscena della vita degli emigranti italiani in Sudamerica e in particolare dei genovesi in Brasile.
È la prima ondata migratoria di massa dall’Italia verso un continente nuovo e pieno di speranze. L’osteria della Ginna è un punto di riferimento per i genovesi in pescatori nell’animo, di fronte ai pericoli si comportano come le acciughe, nuotano vicini e formano un pallone, fanno gruppo. Sperano di sembrare un pesce più grande e spaventare i propri predatori. I pericoli, però, non sono sempre visibili.
L’autrice
Elena Garbarino si è laureata in Antropologia ed Etnologia presso l’università di Torino. “Il ballo delle acciughe” è il suo esordio nella narrativa.
Dalla stessa autrice: Genova fuori rotta (2023)
Simili: Nel mare ci sono i coccodrilli – Fabio Geda (2010)


