Se cercate un libro che vi spieghi in modo semplice – e anche un po’ soggettivo, con storie ed esperienze dell’autrice – il mondo prima di internet e i suoi pro e contro, “100 cose che abbiamo perso per colpa di internet” fa al caso vostro.
“Un paradosso di internet è che aprendoci le porte del mondo ce lo fa apparire al contempo più piccolo.”
Punti forti
- Linguaggio semplice
- Riflessione sul mondo pre-internet
- Pro e contro della rete
Punti deboli
- Tema troppo vasto da affrontare
Voto

Valutazione
Com’era il mondo prima di internet?
Oggigiorno, è impossibile per molti pensare che esistesse un mondo, una vita senza internet. Eppure, quella vita non è neppure così lontana nel tempo. Basta guardarsi un po’ indietro, per alcuni agli anni dell’adolescenza, per altri addirittura dell’infanzia, per vedersi apparire davanti agli occhi scene di vita quotidiana “analogiche”, in cui la rete non era ancora protagonista.
Ed è proprio quello che cerca di raccontare la sociologa Pamela Paul in questo saggio: ogni capitolo è dedicato a un oggetto, una situazione, un ideale, una consuetudine, un’emozione che sono stati accantonati – se non addirittura eliminati – con la nascita e lo sviluppo di internet. Racconta storie di vita vissuta, esperienze personali in cui moltissimi si possono ritrovare, a cui unisce dati e studi.
Internet ci ha portato tantissime cose: informazione, accesso, connessione, intrattenimento, scoperta, piacere, ricchezza. Ma come ci ha portato tutto questo, ci ha tolto anche molte altre cose. Alcune sono state evidenti fin da subito, di altre invece ce ne siamo accorti solo quando erano già sparite. Di altre ancora non sentiamo nemmeno la mancanza, ma è bello, ogni tanto, viaggiare tra i ricordi, prima che anche questi scompaiano.
Quindi, cosa abbiamo perso per colpa di internet?
La noia, quel sentimento che rendeva il tempo infinito, ma che allo stesso tempo attivava il cervello, l’immaginazione, l’ingegno. Non c’è da stupirsi se spesso le idee migliori vengono sotto la doccia. Adesso, che si è sempre connessi, c’è sempre qualcosa da fare, letteralmente a portata di mano, per combattere la noia: stare sui social, guardare un video, finire un episodio della serie tv preferita, fare ricerche, prenotare un viaggio, leggere e mille altre cose.
Il punto fermo, segno di punteggiatura che ormai è tutto tranne che neutro. Perché a pensarci bene, chi usa il punto in un messaggio? Qualcuno che è arrabbiato o che vuol trasmettere un disagio.
Trovare per caso l’anima gemella, come in quei classici scenari da commedia romantica: due sconosciuti che sull’aereo cominciano a parlare e scatta la scintilla. Pur raro, un tempo era comunque una possibilità. Oggi, è già tanto se una volta scesi, sappiamo di che colore erano i capelli del nostro vicino, figuriamoci sapere qual è il suono della sua voce. Del resto, non troviamo motivo di staccare gli occhi dal cellulare nemmeno per guardare il panorama fuori dal finestrino – altra cosa che internet ci ha tolto – se non per scattare foto instagrammabili.

Abbiamo perso anche le foto venute male. Basti pensare al rullino o alle Polaroid: si scattava, ma senza sapere se la foto fosse decente o meno. E alla fine, visto che le pellicole e farsele poi sviluppare costava tanto, ci si teneva anche le foto bruttissime. Ecco perché se vi capiterà mai di prendere in mano un vecchio album di famiglia, saranno più le foto storte, mosse, buie, con gli occhi rossi e facce strane che vedrete. Ora se la foto non vi piace, basta cancellarla e rifarla, volendo anche all’infinito.
A cosa servono, poi, le rimpatriate con i compagni del liceo, se sappiamo tutto di loro in ogni caso? Basta andare sui loro profili social per sapere se lavorano o studiano ancora, se si sono laureati, sposati, hanno avuto figli o si sono trasferiti all’estero. E la cosa divertente è che magari non ci interesserebbe nulla di sentirli parlare delle loro nuove vite per un’ora, però non ci perdiamo mai una loro storia.
Gli ex fidanzati. Oggi, anche con tutta la buona volontà del mondo, è pressoché impossibile farli sparire dalla nostra vita. Possiamo bloccarli su Facebook, Instagram, WhatsApp, ma in un modo o nell’altro, spunteranno fuori di nuovo. Ed è una tortura, sia se li abbiamo dimenticati, sia se siamo ancora cotti.
Guardare le persone negli occhi o, viceversa, perdersi negli occhi di qualcuno. Un gesto così semplice e intimo, ma che significa anche rispetto per chi si ha davanti. Un gesto con cui dire “Ti sto ascoltando, parla pure, mi interessa di te”, sparito in tempo zero. Oggi, se ti guardano negli occhi per troppo tempo, ti crea quasi disagio. Non che sia un grande rischio: perché devo guardarti negli occhi, se mentre parli sto anche facendo altro?
Ecco alcune delle – magari banali – cose che abbiamo perso con l’avvento di internet. Sembra poco, ma in realtà è già cambiato tantissimo. E chissà quante cose ancora perderemo.
Scheda tecnica
| Titolo | 100 cose che abbiamo perso per colpa di internet |
| Titolo originale | 100 Things We’ve Lost to the Internet |
| Autrice | Pamela Paul |
| Data di pubblicazione | 2022 |
| Editore | Il Saggiatore |
| Genere | Saggio |
| Pagine | 290 |
| Lingua originale | Inglese |
| Prezzo | 17,00 € |
Trama
C’era una volta una cosa chiamata noia: una sensazione universale che avvolgeva gli esseri umani ogni volta che si trovavano bloccati in una situazione – in una fila, nel traffico, nella sala d’attesa del medico – senza avere nulla da fare, e dalla quale potevano nascere idee sbalorditive. Era un tempo in cui ci si poteva smarrire con facilità sconcertante in ogni città, perfino nella propria, e in cui non sapere se domani ci sarebbe stato sole o pioggia era del tutto normale: un tempo fatto di numeri di telefono imparati a memoria e appuntamenti al buio, messaggi lasciati in segreteria e rullini di foto sfocate. Poi, un giorno di pochi anni fa, qualcuno ha inventato internet, e da allora tutto ciò che credevamo eterno ha smesso rapidamente di esistere.
Pamela Paul ci riporta nel “Preinternettiano”, l’epoca in cui nessuno aveva idea di che cosa fosse un sito, uno smartphone o un’app digitale, per farci scoprire che cosa abbiamo perso o stiamo perdendo con l’avvento dell’online. Il suo è un affascinante inventario degli oggetti, delle emozioni e delle consuetudini che, senza che nemmeno ce ne accorgessimo, sono sparite dalle nostre vite, attraverso il quale ritrovare una parte di noi che abbiamo dimenticato: dal telefono in cucina al timore che nessuno si ricordasse il nostro compleanno, dalle lettere scritte a mano alla libertà di non avere i genitori sempre addosso, dalle enciclopedie in volumi allo spostarsi in un luogo ignoto armati solo di una mappa sbrindellata, dall’incubo di perdere un biglietto aereo al fare conversazione con uno sconosciuto su un treno, dopo essersi guardati intensamente negli occhi.
L’autrice

Pamela Paul (1971) è sociologa, giornalista e scrittrice. Editor di The New York Times Book Review e editorialista di The New York Times, ha collaborato con le riviste Time e The Economist.
Dalla stessa autrice: How to raise a reader (2019)
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