“Una stella senza luce” di Alice Basso (2022)

Se cercate una storia che mostri la condizione lavorativa e intellettuale della donna ai tempi del fascismo, non solo nel mondo del cinema, il terzo libro della serie di Alice Basso, “Una stella senza luce”, fa proprio per voi.

“Clara, che è interessata a tutto ciò che passa per la mente delle persone e se fosse nata uomo sarebbe stata un filosofo favoloso.”

Punti forti

  • Scrittura vivace e colloquiale
  • Forza della letteratura e delle parole
  • Senso di giustizia
  • Ricerca della libertà

Punti deboli

  • Partenza un po’ lenta della storia

Voto


Valutazione

La condizione lavorativa e intellettuale della donna ai tempi del fascismo

In un’epoca dove solamente gli uomini avevano il diritto di esercitare professioni intellettuali e fare carriera, non tutte le donne e ragazze decisero di sottomettersi al volere maschile.

Anita e Sebastiano ricevono una proposta di collaborazione per un numero di “Saturnalia” interamente dedicato al cinema, in previsione dell’uscita del film di Leo Luminari, con l’idea di riportare Torino sui grandi schermi. Per risolvere il caso di cronaca nera che coinvolgerà il cast, i due vengono a contatto con la situazione di attori e attrici e l’abisso nel trattamento tra i due generi.

Anita, vista la sua grande capacità nel recitare, viene reclutata da Luminari come protagonista. Come succedeva a tutte le ragazze che volevano farsi strada in questa carriera, ha paura a rivelarlo alla famiglia, certa di trovare una ferma opposizione. Infatti, mentre un uomo che voleva diventare attore veniva preso seriamente, una donna veniva considerata una poco di buono, come se il mestiere disonorasse i familiari. Un esempio è Doris Duranti, nata a Livorno nel 1917 da famiglia benestante, che fin da subito si convinse di voler intraprendere la strada del cinema: per i tempi, venne considerata una vera rivoluzionaria, in quanto non era un lavoro da donne. La famiglia dichiarò di vergognarsi ad avere una figlia attrice tanto che il fratello le mandò un telegramma, imponendole di cambiare nome, cosa che Doris si rifiutò di fare. A differenza dei colleghi uomini, le attrici guadagnavano cifre molto inferiori, rischiando di rimanere senza lavoro non appena fossero invecchiate.

Il mondo del cinema non era l’unico a ostacolare le donne: con il regio decreto 2480 del 9 dicembre 1926, vennero escluse dall’insegnamento di lettere, storia e filosofia nei licei, da alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, e da cariche come dirigenti o presidi d’istituto. Questa penalizzazione lavorativa, nel libro, viene incarnata da Candida, professoressa di dattilografia di Anita e Clara, declassata dal ruolo di insegnante di lettere e filosofia.

Prive della possibilità di far carriera, la lista di cariche che le donne avevano il permesso di ricoprire era piuttosto scarna, considerando che la percentuale di posti da assegnare non era di solito superiore al 10%: tra questi, servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, di raccolta e prima elaborazione di dati statistici; servizi di formazione e tenuta di schedari; servizi di controllo dei biglietti di Stato e di banca; servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi di istruzione classica e magistrale; annunciatrici nelle stazioni radiofoniche; cassiere (solo in aziende con meno di 10 impiegati); addette alla vendita di articoli d’abbigliamento femminile e infantile, casalinghi, sanitari, di regalo, di giocattoli, di profumeria, generi dolciari, fiori, macchine da cucire; sorveglianti in allevamenti bacologici ed avicoli; direttrici dei laboratori di moda; insegnanti soprattutto nella scuola primaria per la loro “vocazione” materna.

Inoltre, per scoraggiare e limitare il lavoro femminile, lo stipendio era pari a 1/3 di quello degli uomini. Questo perché, secondo quanto scritto dal sociologo Fernando Loffredo (“Politica della famiglia”, 1938), “il lavoro femminile crea due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito (…); concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe”.

Foto libro “Una stella senza luce” di Alice Basso, redazione. Nella foto, compaiono: il libro di Aristotele “Etica nicomachea”, simbolo delle donne che hanno perso la cattedra di lettere e filosofia e di tutte quelle che non hanno potuto studiare; poster del film “Pentimento” con Doris Duranti tra gli attori protagonisti a simboleggiare il cinema; oggetti collegati al giornalismo e al ruolo insolito della giornalista donna

Le donne non venivano nemmeno considerate intellettualmente idonee per studiare. A Clara, primogenita della famiglia, non viene concesso di proseguire gli studi in quanto donna. Gli sforzi della professoressa Candida per cercare di convincere la famiglia della ragazza sono stati vani perché lo studio non era una mansione che poteva riguardare una donna, seppur intelligente e con una media altissima. Anita stessa dice più volte che “se solo fosse stata un uomo e avesse potuto studiare, Clara sarebbe diventata una filosofa”.

Lo stesso Loffredo sottolineava che “la indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito”. Infatti, l’unico ruolo della donna nella società, era quello di moglie, madre, e angelo del focolare, ruolo che il regime infiocchettava tramite la propaganda. E per questo, una ragazza aveva bisogno solo dell’istruzione necessaria a far sì che diventasse una “eccellente madre di famiglia”. 

L’accesso femminile alle scuole e alle università era infatti limitato anche dal raddoppiamento delle tasse rispetto a quelle degli uomini. In altri istituti, invece, veniva loro impedita l’iscrizione. Questo era il caso della Normale di Pisa, di cui rettore Giovanni Gentile, ministro dell’istruzione: durante il discorso inaugurale dell’anno accademico 1932/33 sottovaluta l’importanza dello studio e del lavoro femminile in ambiti educativi, proclamando che “nell’Italia fascista occorrono educatori in cui la forza prevalga sulla dolcezza e risoluti a presentare così la scienza come la vita governata da una legge che non si piega ai mezzi termini cari alla pietà dei cuori teneri”.

Il posto della donna nella società era molto chiaro e nel 1931 venne promulgato il nuovo codice di procedura penale che ribadisce la potestà del marito come capofamiglia e la totale subalternità della donna all’uomo: “le donne – continua a scrivere Loffredo – devono tornare ad un’assoluta soggezione all’uomo, padre o marito che sia; sottomissione, e perciò inferiorità, spirituale, culturale ed economica”. 

Questa filosofia, radicata anche prima del fascismo, si rivede nella storia di Flavia Steno, pseudonimo di Amelia Osta Cottini. Venne assunta nel 1898 al Secolo XIX come giornalista: fatto eccezionale per l’epoca, visto che non si trattava di un mestiere da donna. La stessa affermava che “da noi si è molto in ritardo. Tutto ciò che tende a emancipare la donna è accolto con molta riserva nel nostro Paese, direi quasi con ostilità”. Nonostante ciò, divenne in breve tempo l’esponente di spicco della redazione genovese e nel 1915 divenne corrispondente di guerra e agente di propaganda. Fu fra le poche donne a vedere e raccontare il conflitto al fronte, incentivando una mobilitazione femminile patriottica che indusse Paola Baronchelli Grosson a inserirla fra le 157 donne benemerite di Genova. In seguito alla pubblicazione sul Secolo XIX di un suo giudizio su libri di testo per bambini in cui criticava il fascismo, venne condannata il 27 luglio 1944 a quindici anni di carcere. Marbett cita la sua storia su Il lavoro nuovo, definendola “fortissima rivendicatrice, senza darsene l’aria, dei diritti dell’intelligenza femminile”.

Il pensiero dell’inferiorità intellettuale e lavorativa della donna è però ancora radicato nella società odierna. Basti pensare alla scrittrice Joanne Kathleen Rowling che nel 1997, sotto richiesta della casa editrice, pubblicò il suo primo libro, “Harry Potter e la pietra filosofale”, sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith. Secondo gli editori, infatti, un nome maschile avrebbe ricevuto più credibilità e fiducia dal pubblico rispetto ad un’autrice donna. Ma a differenza di ciò che si pensava, vendette pochissime copie. Rivelato il suo vero nome e quindi il fatto di essere una donna e non un uomo, le vendite decollarono, e secondo Amazon vendette 7,5 milioni di copie in una sola mattina.

Ci vorranno ancora parecchi anni per il riconoscimento del pari intelletto e opportunità di lavoro tra i due generi: non siamo poi così lontani dall’idea che una donna che si fa strada in settori “maschili” sia una falsa donna, con tendenze lesbiche e potenzialmente sterile.


Scheda tecnica

Titolo (originale)Una stella senza luce
AutriceAlice Basso
Data di pubblicazione2022
EditoreGarzanti
GenereStorico, mystery, rosa
Pagine320
Lingua originaleItaliano
Prezzo16,90 €

Trama

Torino, 1935. Il lunedì di lavoro di Anita inizia con una novità: Leo Luminari, il più grande regista italiano, vuole portare sul grande schermo uno dei racconti gialli pubblicati su “Saturnalia”, la rivista per cui lei lavora come dattilografa. Il che significa poter curiosare dietro le quinte, intervistare gli attori e realizzare un numero speciale. Anita, che subisce il fascino della settima arte, non sta nella pelle.

L’entusiasmo, però, dura solo pochi giorni, finché il corpo senza vita del regista viene ritrovato in una camera d’albergo. Con lui, tramonta il sogno di conoscere i segreti del mondo del cinema. Ma c’è anche qualcosa che inizia in quell’esatto istante, qualcosa di molto pericoloso per Anita. Perché dietro la morte di Luminari potrebbe nascondersi la lunga mano della censura di regime. Anita e il suo capo, Sebastiano Satta Ascona, devono evitarlo: hanno troppi segreti da proteggere.

Non rimane altro che indagare, ficcando il naso tra spade, parrucche e oggetti di scena. Tra amicizie e dissapori che uniscono e dividono vecchi divi, stelle che, dopo tanti anni lontano dai riflettori, hanno perso la luce. Ogni passo falso può essere un azzardo, ogni meta raggiunta rivelarsi sbagliata. Anita ormai è un’esperta, ma questa volta è più difficile. Forse per colpa di quell’incubo che non le dà pace, un incubo in cui lei indossa l’abito da sposa, ma nero. Perché i giorni passano e portano verso l’adempimento di una promessa, anche se si vuole fare di tutto per impedire l’inevitabile.


L’autrice


Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un borgo medievale fuori Torino. Lavora in una casa editrice, oltre disegnare e cantare in una band di rock acustico per cui scrive anche i testi delle canzoni.

Dalla stessa autrice: Il grido della rosa (nostra recensione, 2021)

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